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La sfida di Beppe Grillo
Scritto da Cesare Del Frate
(diogenemagazine)
Di chi sono i partiti? La domanda sorge spontanea nel
momento in cui la vicenda delle primarie interne ad un partito di massa, il PD,
viene travagliata da una candidatura inaspettata: quella, nientemeno, di un
comico. I partiti “sono” di chi li dirige? In quel “sono”, in quel verbo, c’è
tutta una filosofia, o forse un sottinteso sulla proprietà dei partiti, e su ciò
che è o meno opportuno in politica. Un possesso è qualcosa che si può facilmente
padroneggiare, e soprattutto che si può ascrivere a qualcuno. Questo è “mio”
significa, contemporaneamente, “non è tuo”: ogni proprietà è esclusiva. La
rivendicazione di un possesso è allora bando contro qualcuno, è questione di
“roba”, per parafrasare Verga: non avvicinarti, non toccare, è roba mia! Un
linguaggio che ben conoscono i bambini: è il mio giocattolo, giù le mani! I
partiti di chi sono il giocattolo?
Di tutti e nessuno
L’articolo 49
della Costituzione recita: “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi
liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la
politica nazionale”. Il soggetto sono i cittadini, la sovranità è loro, del
popolo. I partiti sono dei mezzi tramite cui dovremmo determinare le scelte sul
bene comune. O almeno questo è lo spirito della Costituzione: non è difficile
comprendere come tutto ciò sia stato disatteso.
“Una collezione di
tessere e distintivi”: così Beppe Grillo ha descritto il partito di cui si
candidava alla guida. Una critica rivolta, beninteso, non agli elettori del PD,
nè ai suoi militanti e professionisti, bensì ai vertici di questa
organizzazione, accusati di seguire logiche di potere al posto dell’impegno che
dovrebbe avere come fine privilegiato il servire la cittadinanza. Di chi è il
PD? È ostaggio di un ristretto direttorio, sembra denunciare il comico.
Professionisti della politica, più che politici professionisti, attenti
all’autoperpetuazione del loro potere, verso i quali Grillo non lesina epiteti
sarcastici, Globulo Bianco Fassino e Walterloo Veltroni su tutti.
Il PD è
del direttorio che lo guida? Così sembrerebbe, a giudicare dalle reazioni
scomposte alla candidatura di Grillo, nonchè dalla decisione di negargli la
tessera del partito. Un gesto escludente che rivela una mentalità proprietaria:
il partito è “nostro”, tu ne sei fuori. Così, quelle primarie che dovrebbero
portare una ventata di apertura alla società civile e di democrazia interna
rischiano di trasformarsi nella ratifica di decisioni calate dall’alto. Ma
torniamo alla questione filosofica: di chi sono i partiti?
Di tutti,
verrebbe da rispondere. Se dovrebbero essere strumenti per i cittadini, come
vuole la Costituzione, si potrebbe concludere che sono di ciascuno. Un bene
comune da coltivare. Eppure in tal modo non usciamo dalla logica proprietaria.
Converrebbe forse rispondere: di nessuno. Non essendo un oggetto, ma
un’associazione di persone – qualcosa di simile al greco logos, che vuol dire
sia legame che dialogo – nessuno può rivendicarne il possesso. Aperto alla
partecipazione dei cittadini, e al libero confronto di idee e progetti: così mi
piace immaginare un partito realmente democratico. Chiunque può entrarvi per
dire la sua, per incontrare gli altri, per deliberare in comune, per allearsi in
vista di un obiettivo condiviso.
La diagnosi di
Berlinguer
L’allarme lo lanciò Berlinguer, già negli anni ’80:
“La questione morale fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei
partiti governativi e delle loro correnti. I partiti di oggi sono soprattutto
macchine di potere e di clientela”. Per Berlinguer, si badi bene, la questione
morale non riguardava la moralità del tal o tal’altro politico, bensì il sistema
stesso della gestione del potere. Se c’è un politico corrotto, e sempre ce ne
saranno, spetterà alla magistratura indagare. Se, al di là delle responsabilità
individuali, è il sistema che favorisce strutturalmente la corruzione, ecco
emergere la questione morale.
Alla radice, la corruzione rimanda a sua
volta ad un problema ancor più fondamentale: i partiti hanno smesso di tenere la
cittadinanza come riferimento ultimo e privilegiato, a favore di interessi
particolari. Nelle parole di Berlinguer, siamo di fronte a “macchine di potere”
che si consolidano tramite reti “di clientela”. Una simile diagnosi è ancora
attuale?
Postdemocrazia
Il sociologo Colin
Crouch, in Postdemocrazia, sostiene che è stato ormai compromesso quel rapporto
di rappresentanza grazie al quale la voce dei cittadini dovrebbe essere portata
nelle istituzioni. Abituati a pensare che gli eletti siano una sorta di
“burattino”, in quel gioco di ventriloquismo che amiamo chiamare rappresentanza,
non ci siamo accorti che i rapporti si sono invertiti, che ora il “burattino”
siamo noi, il nostro voto usato come moneta di scambio in rapporti di potere:
“Se ci basiamo sulle tendenze recenti, il classico partito del XXI secolo sarà
formato da un’èlite interna che si autoriproduce, lontana dalla sua base del
movimento di massa, ma ben inserita in mezzo ad un certo numero di grandi
aziende, che in cambio finanzieranno l’appalto di sondaggi di opinione,
consulenze esterne e raccolta di voti, a patto di essere ben viste dal partito
quando questo sarà al governo”.
Un’analisi parimenti radicale la fa
Chantal Mouffe, filosofa che teorizza il superamento dell’opposizione
destra/sinistra in favore di quella democrazia/regime neoliberale. Per Mouffe,
l’alternativa è fra una prassi politica subalterna al fondamentalismo di
mercato, da un lato, e dall’altro la rivendicazione del primato della
cittadinanza. Mi negano il volo per overbooking, aumentano senza avvisarmi la
tariffa del cellulare, costruiscono un’autostrada sotto casa, progettano una
centrale nucleare nella campagna del mio paese, finanziano le speculazioni con
le mie tasse mentre riducono i servizi: sono mille le occasioni in cui sentiamo
che, come cittadini, poco contiamo, perché interessi di ben altro peso vengono
messi sul piatto. Secondo Mouffe, tali episodi non sono slegati, dipendono dal
sistematico svuotamento della democrazia, dove il focus sul bene comune è stato
sostituito da quello per il mercato. Ciò che la giornalista ed attivista Naomi
Klein chiama il “nuovo corporativismo”, un patto di ferro fra élite economiche e
politiche, una conventio ad excludendum che non contempla i cittadini.
In quest’ottica, non c’è da stupirsi se il messaggio di Beppe Grillo ha
un appeal così trasversale: la sua parola d’ordine, “democrazia dal basso”, è un
forte richiamo che travalica gli steccati delle appartenenze politiche
tradizionali.
Comici alla riscossa
Alla discesa in
campo del comico Coluche, che intendeva candidarsi alle presideziali francesi
del 1981, molti pensatori risposero all’appello, fra cui anche il sociologo
“eretico” Pierre Bourdieu, ultima figura dell’intellettuale militante. Secondo
Bourdieu, la sfida di Coluche non era tanto la candidatura, che poi venne
ritirata, quanto il “candidarsi alla candidatura”. Il chiedere, cioè, quali
fossero i confini della politica, illuminando la zona d’ombra dell’esclusione e
della chiusura verso i cittadini. Coluche interpretava alla lettera l’idea
democratica secondo cui chiunque può fare politica. Perchè allora la levata di
scudi contro il comico francese, ed oggi contro Beppe Grillo?
La
spiegazione di Bourdieu è la seguente: più la politica si professionalizza, più
diventa un “campo” autonomo e separato dal resto della società. I professionisti
a quel punto “tendono a guardare i profani con una sorta di commiserazione”: non
toccate la roba nostra, o voi indegni!
“Coluche non era realmente
candidato, ma diceva di essere candidato alla candidatura per ricordare che
chiunque poteva candidarsi. Tutto il campo mediatico politico, al di là di ogni
possibile differenza, si era mobilitato per condannare una tale barbarie
radicale che consisteva nel mettere in dubbio il presupposto fondamentale,
ovvero che solo i politici possono parlare di politica. Solo i politici hanno la
competenza (parola molto importante, al tempo stesso tecnica e giuridica) per
parlare di politica. A loro spetta parlare di politica. La politica appartiene a
loro”: eccoci rimandati alla questione della proprietà e del possesso da cui
avevamo iniziato. Significativamente, Bourdieu paragona i politici
professionisti a chierici dediti a rimarcare il sacro confine che li separa dai
profani, trasformando la politica in un simulacro inavvicinabile, cosa loro.
Beppe Grillo, ovvero la democrazia radicale
“Due
forze sono in campo, la democrazia e l’anti democrazia”: Beppe Grillo ha così
commentato, sul suo celeberrimo blog, quella che ironicamente ha definito la
“fatwa” lanciata contro di lui dal direttorio del PD. E, quasi richiamando le
analisi di Bourdieu, prosegue: “in Italia i partiti sono solo i celebranti della
liturgia del potere. Attenti alle forme, ai rituali, agli statuti, ai
regolamenti. Non hanno più programmi, ma personaggi senza spessore che si
aggirano sui giornali e in televisione per giustificare la loro presenza”. La
sfida di Grillo, il suo candidarsi alla candidatura, ha mostrato, fulmine a ciel
sereno, la chiusura autoreferenziale del campo politico, l’assenza di
quell’apertura alla cittadinanza voluta dalla Costituzione. La sua è una
denuncia della politica degradata a professione. Non a caso, una delle leggi
popolari di cui Beppe Grillo è il primo firmatario riguarda il limite di due
legislature per i parlamentari.
La sfida del comico genovese riguarda
tutti, perchè ci interroga sul senso della democrazia: “La Rete sta cambiando
l’informazione, le coscienze dei cittadini. La politica si sta trasformando da
delega in bianco a democrazia partecipativa. Le persone vogliono partecipare,
controllare, contribuire”. La parola chiave è partecipazione, cioè rimettere la
cittadinanza al centro della convivenza e dell’autogoverno della società. Il
richiamo alla democrazia radicale avvicina Grillo ai tanti ed eterogenei
movimenti che, a livello globale, chiedono di rinnovare la politica, rifondando
le basi del vivere comune.
La crisi di fiducia nelle istituzioni e nella
rappresentanza è sotto gli occhi di tutti. Come intendere la democrazia di
domani, rimane ancora un compito
aperto.
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